Riassunto le radici del futuro de Varine

 

LE RADICI DEL FUTURO – HUGUES DE VARINE (2005)

È un libro dedicato al patrimonio culturale e allo sviluppo locale. Patrimonio culturale inteso come  risorsa per uno sviluppo locale duraturo. L’autore propone una diversa visione del patrimonio culturale e del suo sviluppo, tramite una nuova metodologia: partecipazione attiva della comunità. De Varine considera il patrimonio culturale in tutte le sue manifestazioni e invita a dare attenzione al suo uso. Sfida, che si può vincere solo coinvolgendo la comunità locale.

Il patrimonio va tutelato, valorizzato e usato. Per fare ciò si devono responsabilizzare enti governativi e le comunità. Poichè questi ultimi, prima di essere utenti ne sono i proprietari.  Spesso la tutela è percepita come distante ed estranea, lontana dalla maggior parte delle persone. Quando si è cercato di fare qualcosa, si è puntato sull’accessibilità dei beni culturali, anzichè incentivare una partecipazione collettiva. Per coinvolgere i cittadini in modo attivo, in primis si devono coinvolgere gli operatori culturali, in qualità di esperti divulgatori.

Il patrimonio culturale è formato dalla memoria storica ed è nel presente che può  prendere senso, diventando un fattore di sviluppo. Per questo è fondamentale non considerare il patrimonio culturale come separato dal contesto. Bisogna anche considerare il territorio nella sua globalità, come insieme di passato e presente, di beni culturali e di paesaggio, di attività economica e abitudini di vita. Ciò significa esaminare il patrimonio rispetto a più punti di vista, dove l’eventuale turismo è solo una delle variabili, ma non per forza la più importante. I musei, dal canto loro, possono essere lo strumento  a disposizione delle pubbliche amministrazioni  per elaborare/gestire una pianificazione del territorio fondata sul rispetto delle sue peculiarità considerando queste una risorsa essenziale per lo sviluppo locale. Questo possono fare i musei, ma non  tutti: I grandi musei che espongono culture internazionali (Louvre..) a loro spettano altri compiti, ma anche ai piccoli musei non si può chiedere maggiori responsabilità nei confronti del patrimonio culturale che li circonda, in quanto non avrebbero risorse e mezzi. Poi ci sono anche i casi in cui piccoli musei dalla poche risorse sono maggiormente aperti al territorio. I musei di proprietà degli enti locali, possono assumere questo ruolo benissimo, ponendosi al centro delle reti del territorio assicurando la tutela dei beni presenti al loro interno, garantendo la conoscenza e la conservazione. Per molti si tratta di riprendere una funzione abbandonata, per altri di vedersi riconoscere un’attività svolta da tempo, per altri ancora di iniziare una pratica che non appartiene alla loro tradizione. Per tutti, in ogni caso, significa operare con una nuova vitalità, sottraendosi al solito ruolo di conservazione ed esposizione delle collezioni che ha fatto si che molti musei entrassero in crisi.

Per chi lavora nei musei, individuare la priorità del patrimonio culturale significa uscire dalla proprie mura, estendere la propria azione, assumere nei confronti del territorio una responsabilità maggiore, riconsiderando il proprio ruolo e le proprie funzioni in relazione a obbiettivi di protezione, conservazione e valorizzazione dell’intero patrimonio culturale.  De Varine ci invita a riflettere partendo dal nostro contesto e  dalle esperienze che abbiamo. Il testo, non è un manuale, ma uno strumento da adattare alle proprie esigenze.

Introduzione ideologica:

lo sviluppo locale non è una cosa nuova, ma il modo in cui viene concepito è di solito sbagliato. Si parla di sviluppo locale e lo si pensa in termini di sviluppo economico. L’attenzione è posta sui modi per attrarre investimenti, su come combattere la disoccupazione,preoccupandosi di capitali, di valori aggiunti e di questioni fiscali. Si parla anche di sviluppo sociale, e le risposte che si danno sono relative alla famiglia, alla sicurezza, all’inserimento professionale ecc. da parte loro gli specialisti del settore (storici dell’arte, operatori turistici) parlano di sviluppo culturale, ma pensano quasi sempre in termini di conservazione, di ricerca e di bellezza. Tra questi mondi, nessun punto di contatto o pochissimi. Ad es l’economia vede il patrimonio cultural solo se è possibile fonte di turismo di massa.. lo sviluppo locale anche considerato nella sua dimensione economica, è innanzitutto una questione di attori locali: politici, funzionari, cittadini, tutti che condividono il patrimonio umano, culturale e naturale. Uno sviluppo urbano che ignora il patrimonio culturale  degli abitanti ha poco futuro, come dimostrano le periferie di oggi. il patrimonio culturale fornisce allo sviluppo un terreno di cultura. Le sue radici si devono nutrire dei vari elementi presenti nel territorio: il paesaggio, gli edifici, le persone, la memoria ecc. la natura e la cultura sono vive quando appartengono a una popolazione  e ne sono il patrimonio. Muoiono rapidamente quando a impossessarsene sono esterni alla popolazione. La gestione del patrimonio deve essere fatta dai suoi creatori per non separarlo dalla vita, e alle istituzioni spetta il compito di pubblicizzare ed educare. Il patrimonio è uno scenario per lo sviluppo. Un territorio è il prodotto della sua storia e senza tenerne conto non ci potrà essere uno sviluppo locale equilibrato e sostenibile. Tali componenti comprendono il paesaggio, fattori favorevoli o meno alla vita e alle attività, la lingue, le credenze, il rapporto con territori vicini ecc. il patrimonio  culturale è anche risorsa per lo sviluppo.  Non è rinnovabile, ma trasformabile quando ci sono pratiche di sviluppo. Il concetto di valore (economico estetico)non è applicabile al patrimonio culturale. Il valore spesso invocato da persone esterne (operatoti turistici) viene poi però applicato a qualsiasi altro luogo, dall’altra parte gli abitanti non lo percepiscono come valore ma come quotidianità, ci vivono. Il patrimonio è un valore in sé e per i suoi detentori, globalmente e in tutte le sue parti. Il patrimonio culturale è legato al tempo, alla sua evoluzione e ai suoi ritmi. Ha un passato un presente e un futuro. nessuno sviluppo può avviarsi senza prendere in considerazione  i ritmi della vita locale, che sono parte integrante della cultura della popolazione. Riassumendo: lo sviluppo locale è un cambiamento volontario, culturale, sociale ed economico, radicato in un patrimonio culturale vissuto. Il patrimonio, culturale o naturale è una risorsa locale che serve allo sviluppo del territorio. È ereditato, trasformato,prodotto e trasmesso di generazione in generazione e in quanto tale appartiene al futuro. non si ha sviluppo senza la partecipazione  attiva e consapevole della comunità detentrice del patrimonio.  Responsabilità famigliari: se un privato possiede un monumento storico, deve averne cura e deve essere consapevole che esso ha grande valore anche per la comunità locale. Dall’altra parte se il territorio non conserva la sua vitalità,magari spopolandosi, prima o poi anche il monumento (privato) perderà di valore e verrà dimenticato e le generazioni future non mostreranno nessun interesse per quel bene. Il patrimonio culturale , indipendentemente dalla sua antichità o meno, ha valore solo per l’uso che se ne può fare. Il proprietario però deve preoccuparsi anche del territorio, se ci sono servizi ecc perché se mancano magari le generazioni future sceglieranno altre mete e il patrimonio perderà di valore. Un monumento non è mai del tutto privato, né isolato dal suo contesto comunitario. Anche una casa modesta, come la casa degli operai delle miniere rappresenta un patrimonio importante sia per i proprietari sia per la comunità. Questo vale anche per gli ambienti rurali. Gli aiuti pubblici al patrimonio privato, agevolazioni o sovvenzioni, testimoniano solo la riconoscenza che l’amministrazione locale dimostra nei confronti dei proprietari divenuti conservatori. Questi aiuti non bastano a motivare il proprietario, ne a coprire i costi di gestione e manutenzione, ma rischiano di allontanare il legame tra il proprietario alla comunità locale.

Un impegno personale: un piccolo paese può mantenere la sua vitalità a patto che gli abitanti si mobilitino  con le risorse di cui dispongono e in particolare con il proprio patrimonio, insieme ai politici senza entrare in concorrenza, per partecipare cosi allo sviluppo locale. Lo sviluppo locale non fa deprezzare valore del patrimonio ma lo fa aumentare e contribuisce a garantire il radicamento delle famiglie. Il patrimonio privato fa parte del patrimonio culturale comunitario  e i suoi proprietari sono che lo vogliano o meno attori dello sviluppo locale  in quanto possiedono una parte delle risorse di quel territorio. Se hai proprietari non interessa occuparsene, si escludono da soli dalla comunità.

Un’esperienza professionale su territori diversi: fino agli anni 70 i musei erano per lo più al servizio di pochi conoscitori conservatori, che delle comunità nazionali o locali. Nel 1971 nello statuto del ICOM fu introdotto il concetto di sviluppo al servizio delle comunità. Questo si tradusse nella creazione di museo locali, ecomusei, musei di quartiere. Il patrimonio culturale poi si allargava e diventava globale, includendovi, siti archeologici turchi, chiese serbe ecc e questi meritavano il sostegno della comunità internazionale perché erano e sono la ricchezza delle rispettive comunità locali e in quanto tali sono indispensabili  all’educazione  delle popolazioni che ne sono moralmente e storicamente proprietarie. Questo patrimonio è una risorsa economica immediata per le popolazioni locali povere. Il patrimonio culturale non è rinnovabile, anche se è in via di espansione e di creazione costante, viene oggi riconosciuto come risorsa per lo sviluppo. A questo proposito ci sono 2 tendenze:

  • per gli esperti di politiche culturali e ambientali in quasi tutto il mondo, il patrimonio culturale è costruito innanzitutto da siti, monumenti, la cui protezione è finalizzata al turismo di massa.
  • Per i comuni cittadini e per i responsabili locali il patrimonio cult. è un bene comunitario che costruisce la base per il futuro. farsene carico spetta a tutti, ma in primis ai suoi proprietari pubblici o privati, mentre turisti e studiosi sono solo utenti secondari. ( de varine è per questa tendenza).

Responsabilità del servizio pubblico: il patrimonio culturale o naturale svolge un ruolo in ogni progetto di sviluppo, di apertura dei rapporti internazionali, di lotta contro la disoccupazione ecc.. gli specialisti del patrimonio conoscono poco gli altri operatori della cultura o dell’ambiente, gli economisti vedono il patrimonio solo in termini di redditività, i politici conosco raramente l’uso del patrimonio e meno ne sanno della sua conservazione. Un patrimonio poi passa inosservato soprattutto se ancora vivo. Cosi vecchie case nei borghi non sono considerate patrimonio a meno che non si trovino vicino a un sito o a un monumento che le salvaguardia anch’esse. I politici, gli studiosi e i vari funzionari si interessano del patrimonio solo per il suo valore economico, storico, turistico e pochissimo per il suo valore culturale, vale a dire per ciò che rappresenta agli occhi degli abitanti stessi e dei loro discendenti. La coscienza e la conoscenza del patrimonio è responsabilità degli educatori (familiari, scolastici) più che dei poteri politici, spesso distanti dal contesto. Il patrimonio culturale è in primis un’eredità comunitaria.

Introduzione politica: ogni impresa deve fondarsi su un capotale di partenza. Uno spazio rurale o urbano, un paesino agricolo o industriale, monumenti e archivi, tradizioni e saperi sono il capitale della comunità in sviluppo. Questo capitale è ereditato e significa che gli eredi devono gestirlo, non basta conservarlo, ma occorre renderlo vivo e farlo servire affinchè continui a essere utile. Questo implica una presa di coscienza di generazione in generazione affinchè non si verifichino attivi di vandalismo, in parte dovuti alla nostra incapacità di comunicare il patrimonio culturale. Per fare in modo che il patrimonio sia al servizio della comunità in modo sostenibile, al di là dei suoi promotori e che quindi perduri nel tempo, bisogna coinvolgere la popolazione fin dal progetto iniziale, incentivando la partecipazione attiva. A tal fine, il patrimonio, il capitale di partenza, deve essere presente in ogni istante del processo, per essere conosciuto, rispettato, protetto e usato. Cosi i membri della comunità si renderanno conto che il progetto di sviluppo è una causa loro e non soltanto degli amministratori, più o meno lontani, e questo inciderà su i loro comportamenti  quotidiani, sull’educazione dei figli, sul voto alle elezioni ecc. il patrimonio cult rappresenta le radici della comunità nel territorio. Il patrimonio non è intoccabile, lo si può consumare, distruggere, ma solo per ragioni di sviluppo. Ex vecchia fabbrica riutilizzata come moderni appartamenti. Ciò che rimane importante è che il patrimonio venga riconosciuto come tale dalla comunità. Il patrimonio cult lo si può distruggere ma è altresì  in grado di generare un nuovo patrimonio. Uno dei grandi pericoli delle politiche di conservazione consiste nel rendere impossibile la costruzione di un patrimonio culturale allargato da nuovi elementi. In ogni epoca il patrimonio cult è stato un  elemento fondamentale per l’identità  locale, regionale, nazionale. Esso svolge un ruolo importante anche nei conflitti. Colpire il capitale culturale di una comunità, distruggendolo, o sfigurandolo sono gesti essenzialmente politici.

Conoscenza del patrimonio:  il patrimonio cult è il patrimonio della comunità, in quanto creazione di un gruppo umano che vive su quel dato territorio. la geografia, la storia dell’arte,la politica si rendono conto di tale patrimonio solo in parte, in quanto ogni disciplina applica una selezione e non considerano poco la comunità che ha fatto nascere quel patrimonio e che lo detiene. Ogni elemento del patrimonio cult è il frutto di cuna combinazione di più elementi,le persone, l’ambiente,l’interazione con l’esterno ecc. il patrimonio ambientale deve essere trattato anche nella sua dimensione culturale e  per la valorizzazione  si devono seguire sia criteri culturali che ecologici. Spesso si separa il patrimonio cult dalla vita e la conservazione del patrimonio prevale sull’uso che se ne fa e non si interpella la comunità a cui appartiene. Il patrimonio di una comunità è il riflesso dell’evoluzione precedente della comunità, ma anche il mezzo per evolversi nel futuro. Il patrimonio cult è la carta di identità della comunità attuale. Ogni comunità ha un’identità e ogni progetto di sviluppo ne deve tenere conto. Questa l’idea di De Varine sul concetto di sviluppo locale sostenibile, diverso da quello di sviluppo sostenibile. Un processo di sviluppo a livello locale non può durare senza la partecipazione  dei cittadini e il loro consenso. A loro volta la popolazione deve riconoscere nel patrimonio un prodotto della loro stessa cultura. Per la popolazione la catalogazione del patrimonio non è necessaria, almeno finchè è vivo e conserva un significato. Per chi lavora al servizio dello sviluppo la catalogazione è indispensabile, anche se non potrà mai essere definitivo (deve essere dinamico). I metodi: 1. Il censimento tecnocratico-  è il più frequente, fatto da tecnici,non è dinamico, non ha legami con la comunità. Analizza le forme del patrimonio ma non la sua totalità. L’analisi fatta ha lo scopo di valorizzare azioni di tipo culturale, turistico, economico. 2 catalogo scientifico: complessi, lunghi e quasi mai arrivano a una fine. lo redigono gli specialisti in conservazione dei beni culturali, danno una loro opinione senza interpellare la comunità. Per lo sviluppo locale questi non hanno alcuna utilità. 3 il vincolo-  molto diffuso, ma è selettivo, non analizza il totale del patrimonio.è un inventario amministrativo, monumenti, oggetti d’arte,siti. Questo metodo può incoraggiare il commercio e la dispersione dei beni, perché identifica i luoghi e gli oggetti che possono essere rubati o usati a fini speculativi. Infine può deresponsabilizzare i proprietari, pubblici e privati e anche la comunità. Per De Varine dal punto di vista dello sviluppo locale, la sola formala funzionante può essere la catalogazione del patrimonio. A volte è stato affidato il compito al ecomuseo. La procedura porta a stilare due cataloghi: uno generale, nazionale; mentre l’altro cataloga un patrimonio in rapporto al territorio  e alla comunità. Fino a questo momento il censimento patrimoniale è stato affidato dalle amministrazioni agli specialisti mentre la popolazione locale è esclusa, e il suo sviluppo è l’ultima delle preoccupazioni. Per uno sviluppo sostenibile, la conoscenza del patrimonio deve essere condivisa da tutti e uno dei metodi più efficaci consiste in un sopraluogo con gli abitanti. In questa fase si condivide il sapere. 2° fase, informare gli abitanti. Il catalogo deve rispettare la proprietà privata ma anche rafforzare il sensi di responsabilità dei proprietari e della popolazione in merito al patrimonio locale. Gli abitanti poi si devono rendere conto che un bene una volta musealizzato muore,vale anche per i monumenti. la catalogazione e il vincolo sono spesso all’origine di una sterilizzazione del luogo: un sito che diventa riserva naturale  non potrà più svilupparsi. 3° fase, la comunità si appropria del patrimonio catalogato. Le mostre: altro modo per catalogare in modo condiviso. La conoscenza derivata dalla catalogazione del patrimonio è un passo avanti per lo sviluppo, in quanto fornisce alla comunità consapevolezza e controllo sul patrimonio e sul suo futuro. quando la popolazione e i tecnici lavorano insieme la catalogazione sarà più fedele e completa. Il censimento partecipato lo realizza la comunità ma è bene che ci sia un supporto tecnico che provveda alle lacune realizzando sempre anche un secondo catalogo generale. Censimento tecnocratico: privilegia il patrimonio cult già identificato e riconosciuto. Catalogo scientifico: non riguarda la popolazione o il suo sviluppo, ma soltanto la comunità scientifica nazionale o internazionale. (complesso nel linguaggio, costoso e viene presto superato). Censimento locale:  è amministrato dall’ente locale, può essere condiviso per migliorarne la pertinenza  e produrre un senso di educazione e senso alla conservazione da parte dei proprietari e dei membri della comunità. Censimento partecipato:  è utopico, poco costoso, dinamico e coinvolge le comunità, che induce a tutelare il bene al fine dello sviluppo locale. Il censimento partecipato è insieme obbiettivo e uno strumento. Si tratta di arriva a un prodotto ma mira anche a un’attività educativa che fa nascere l’immagine di un patrimonio vivo e comune che sarà l’ambito di sviluppo futuro. La partecipazione al censimento deve essere volontaria, vuole convincere non imporre. Una volta raccolto i dati, occorre dargli forma, ipotizzando usi diversi. Può essere una pubblicazione o una mostra ma non per forza, l’importante è i dati siano accessibili a tutti.. Patrimonio culturale immateriale:  sono ad esempio i racconti dei nostri nonni sulla guerra, anche se i loro ricordi sono parziali sono vivi  e direttamente trasmissibili. Quando non ci saranno più, la trasmissione potrà avvenire solo con documentazioni che via via nel tempo perderanno fedeltà. Questo tipo di patrimonio è maggiore di quello fisico. Ogni censimento implica criteri di selezione. Questo vale anche per il patrimonio culturale, dove i criteri devono essere fissati in funzione del’obbiettivo. Per de Varine il patrimonio cult da conservare è quello che serve o che può servire a qualcosa, anche se questo qualcosa non è redditizio nell’immediato. I criteri di selezione delle collezioni dei musei interessano poco lo sviluppo locale. Conservare gli oggetti nei musei o in altri luoghi rispetto al luogo d’origine sterilizza il luogo facendone perdere parte del significato e del valore. Dall’altra parte uso provoca l’usura. Ex una scultura molto antica presente in una chiesa, viene spostate per ragioni di sicurezza in un museo, di fatto è sottratta alla comunità. L’educazione al patrimonio cult contribuisce allo sviluppo locale sostenibile spingendo la popolazione a prendere coscienza del proprio patrimonio, garantendone la sua protezione in loco dove ha senso. Un censimento del patrimonio locale deve considerare la proprietà privata e i beni che solitamente non vengono considerati.  Per lo sviluppo locale è essenziale che la comunità abbia la responsabilità di gestire collettivamente il proprio patrimonio in cooperazione con l’amministrazione locale. La comunità ha un diritto morale  di censimento  e di uso del patrimonio. L’ente locale ha il ruolo di: sostenere il processo, controllare la legittimità delle azioni  e deve essere esempio per l’impegno comune. Il privato deve avere rispetto del significato comunitario del patrimonio, non deve alterare il bene, e  deve favorirne la catalogazione. Il prestito è un diritto d’uso limitato deciso dai proprietari spontaneamente. Per il patrimonio immateriale sorge un problema inerente al diritto d’autore, essendo il patr immateriale essenzialmente orale per essere trasmesso ha bisogno di una documentazione (registrazione, pubblicazione) che ha un costo che viene preso in carico da terzi. A questo punto chi ne detiene i diritti?! La risposta va ritrovata alla base, nel momento di progettazione bisogna definire a chi andrà cosa. Spesso gli obbiettivi di censire un patrimonio hanno lo scopo di sfruttarlo in termini economici, scientifici (se sono stati fatti da ricercatori) ecc. in ogni caso il censimento per avere senso devono essere pubblici agli agenti di sviluppo del tale territorio e alla comunità. Il patr cult è al centro di ogni strategia di sviluppo e il censimento permette di farne un’analisi approfondita. Si tratta di apprezzare gli elementi del patrimonio non per il valore economico, scientifico o estetico, ma per il loro valore in una prospettiva di sviluppo.  L’analisi del patr cult è un’analisi delle risorse del territorio in funzione dello sviluppo locale. si poggia su diversi elementi: il significato nel contesto locale, l’analisi sotto diversi punti di vista (dall’estetica allo scientifico), lo stato di conservazione  e la necessità di intervento, il ruolo nella strategia di sviluppo, disponibilità o meno dei proprietari…. Tale analisi coinvolgerà il maggior numero possibile di attori in un confronto (soggettività simultanee). Ogni discorso sul patrimonio va fatto con un linguaggio semplice. una volta censito il patrimonio, possibilmente con l’aiuto degli esperti, si pone il problema in merito alla conservazione, tutto o una parte? Non tutto si può conservare però. Si tratta di scegliere. I censimenti locali hanno un ruolo distinto dai cataloghi nazionali. La tutela e la conservazione una volta decisi dovranno essere accolti da tutti, dai proprietari all’amministrazione. uno degli inconvenienti del catalogo nazionale (considera il patr più importante) e ignora la comunità. Il processo di sviluppo, attuando il censimento,rende la conservazione del patrimonio un’azione condivisa, cosi da obbligare le amministrazione a occuparsene. Cosi la comunità, attore primario per lo sviluppo,provoca l’azione dell’amministrazione pubblica e non viceversa. Le persone sono la principale componente per ogni strategia di sviluppo sostenibile. Grande importanza va anche all’educazione cosi da perseguire un obbiettivo condiviso. Questo trasforma le comunità, facendo loro riconoscere la ricchezza di ciò che possiedono individualmente e collettivamente, cosi da essere più preparate e invogliate a partecipare attivamente al processo di analisi e poi di sviluppo. È dal cittadino inserito nella sua comunità che bisogna partire, se non si vuole incorrere in un processo tecnocratico a breve termine, visto che i responsabili delle decisioni  non sono personalmente interessati  al futuro del patr cultural e dello sviluppo.

Uso del patrimonio culturale: 2 tipi di uso primario e secondario. Primario- è quello per cui il bene è stato creato, ex casa per abitare, cibo per nutrirsi. Finchè c’è questo uso tutti gli altri usi  possibili sono secondari. Una casa diventa un museo, il cibo diventa festa gastronomica ecc. la prima forma di uso del patrimonio (culturale o naturale) riguarda la contemplazione, la necessità di conservarlo e trasmetterlo, questi sono gli usi culturali. Il patrimonio cult  come risorsa deve servire a tutta la comunità e al suo sviluppo, e non soltanto alla cultura o al turismo, ma anche per l’economia, l’identità comunitaria.. quando si pensa al patrimonio naturale le prime destinazioni d’uso a cui si pensa sono la tutela e il turismo, ma ci sono ben altri usi. Un’associazione locale, grazie alla cooperazione con dei tecnici esterni, migliora le conoscenza e la competenza dei suoi membri. Il patrimonio concepito come prodotto della natura e della cultura di un territorio deve essere integrato nelle strategie  politiche di sviluppo. L’azione culturale può assumere diverse forme: 1. Far conoscere e valorizzare il patrimonio. 2. Creare attività all’interno del patrimonio (feste, sagre, concerti). 3. Creare a partire dal patrimonio  culturale  (creare edifici, opere letterarie o materiali un domani potranno diventare beni culturali). L’educazione al patrimonio culturale  mira a sensibilizzare e avvicinare la comunità al patrimonio in modo che se ne prenda cura. L’uso del patrimonio può fungere anche da pretesto per incontri, scambi e socializzazione, ad esempio a gruppi di disoccupati si può chiedere, con l’aiuto di tecnici, di fare manutenzione degli spazi naturali. l’uso economico del patrimonio  consiste solitamente nello sfruttamento  delle risorse locali, dalla ricchezza del suolo, alla mano d’opera. Si tratta anche di usare alcuni spazi con diverse destinazioni d’uso. Una villa del 600 può diventare un albergo, un museo.. per il patrimonio immateriale possono essere fatte delle pubblicazioni destinate alla vendita. Poi ancora il turismo può assumere diverse forme d’uso del beni culturali e paesaggistici: corsi di arte antica, creazione di case, visite guidate, gastronomia ecc. promuovere il territorio  fa si che gli stessi abitanti ne siano stimati, e quindi si sentono in dovere di valorizzarlo e proteggerlo. Un’identità territoriale forte renderà vivo il patrimonio, se questo non avviene il patrimonio muore. Anche se un territorio è ricco di monumenti ma i loro abitanti non se ne prendono cura  o non lo sentono come loro anche gli esterni non saranno invogliati a esserne coinvolti, risultato muore. Forme tradizionali di uso pubblico  del patrimonio:uffici, ospedali, università, parchi che garantiscono il mantenimento  e l’accessibilità della comunità. Altro uso del patrimonio: traffici illeciti di beni culturali o naturali. Questo tipo di uso reca danno allo sviluppo del territorio in quanto per il luogo spesso quella risorsa è indispensabile all’identità. Cmq sia, ogni strategia di sviluppo deve considerare due elementi: tutelare il patrimonio dal degrado e sensibilizzare educando gli abitanti al controllo del proprio bene.  Per ogni strategia cmq è bene la consultazione della popolazione in quanto  gli inconvenienti saranno a loro carico e generazioni future e non al politico o al tecnico di turno. Uso residenziale del patrimonio ha benefici positivi, in quanto, tutela e recupera gli edifici antichi, richiama gente dall’esterno stagionale o residenti e crea commercio. Le note negative sono: l’impennata dei prezzi degli immobili e di certi servizi, lo spopolamento in bassa stagione, la privatizzazione di alcuni luoghi spesso i più belli. Il senso di proprietà morale del patrimonio è spesso invisibile, ma si manifesta  non appena una minaccia dall’esterno incombe.  La globalizzazione del patrimonio: i grandi musei, l’elenco del patrimonio dell’UNESCO sono modi per globalizzare il patrimonio a discapito dei legittimi proprietari a vantaggio di un’elittè dei grandi paesi o delle città. Si fa lo stesso a livello nazionale con le regioni più povere, si tolgono a loro i beni con la scusa della conservazione, per chiuderli in un museo accessibile a una parte di pubblico delle metropoli o ai turisti venuti da fuori. I grandi conservatori dicono di operare per il bene dell’umanità ma chi ne trae vantaggio è un’elitte. L’attività dell’UNESCO è una strategia sbagliata perché rafforza una globalizzazione culturale  che alla fine porta vantaggi a pochi.

Organizzazione delle attività a favore del patrimonio culturale: il patrimonio cult è una delle principali risorse per lo sviluppo locale.  Lo sviluppo può essere definito per un popolo dal popolo stesso, nel linguaggio della sua cultura. Per lo sviluppo il patrimonio deve essere vivo. La responsabilità del patrimonio deve essere assunta dal popolo stesso. Una caratteristica della cultura viva è la lentezza, a differenza delle attività culturali  che sono immediate. Il patrimonio culturale ha sempre una dimensione politica, soprattutto con i beni più evidenti, monumenti, opere d’arte che rappresentano la forza del governo, dell’impero, dello stato. Quando si vuole dominare un paese o distruggerlo non è un caso che si parta proprio distruggendo o depredando i beni culturali. La conservazione è uno degli usi del patrimonio ai fini dello sviluppo. Per la conservazione è fondamentale coinvolgere il detentore morale o privato. Gli studiosi e gli esperti non devono imporsi con la loro conoscenza ma essere d’aiuto per la gente del territorio al fine di trovare il progetto più consono allo sviluppo. Conservare in termini di sviluppo  non significa uccidere il patrimonio culturale sottraendolo  al suo contesto mettendolo per esempio in un museo. Ma significa aiutare a far vivere il patrimonio all’interno della sua comunità. trovati gli obbiettivi  per lo sviluppo  si possono scegliere 3 strategie: 1 soluzione tecnocratica: l’agente per lo sviluppo lavora da solo e una volta ultimato il progetto lo sottopone ai politici  convincendoli a finanziarlo. 2. Soluzione cooperativa:l’agente di sviluppo organizza dibattiti in cui la popolazione è invitata a partecipare e insieme a loro creerà un progetto. 3 soluzione partecipata: è la comunità stessa che stila il progetto. È una soluzione utopica. La base è il patrimonio culturale locale, il supporto il censimento, e il metodo dovrebbe essere quello di scambio continuo tra i tecnici e la gente comune del luogo.  le amministrazioni dal canto loro devono cooperare con le organizzazioni operative sul territorio, musei, scuole, università ecc.

Pratiche  a favore del patrimonio culturale:  dipendono dagli obbiettivi, dalla natura dei beni e dai mezzi disponibili. L’educazione al patrimonio cult è un’attività che deve interessare il territorio al fine di sviluppo e di conoscenza. Questo tipo di educazione  rafforza l’identità sociale e culturale, incentiva la coesione.  Tecniche che contribuisco all’educazione del patrimonio: inchieste svolte dagli studenti su certi tempi, creazione di piccoli musei locali, pubblicazione di documentazioni, concorsi a premi, festival, programmi radiofonici e televisivi.. obbiettivo del’educazione al patrimonio è far conoscere a giovani e adulti il patrimonio, in modo che sappiano usare quel patrimonio al meglio favorendo cosi la nascita di nuove conoscenze. La presa di coscienza da parte della comunità in merito al territorio è indispensabile al processo di conservazione ma rafforza anche il senso di identità. L’educazione al patrimonio cult è uno strumento di alfabetizzazione  che aiuta l’individuo a comprendere meglio il mondo che lo circonda. I monumenti e i siti sono indissociabili, tra le attività che si possono fare al fine di utilizzo: itinerari, non turistici, ma inserire elementi distintivi all’interno del territorio (ex cartigli negli edifici come a bolo). Festival nei siti o nei pressi dei monumenti (fa conoscere il territorio all’esterno, coinvolge le persone, da lavoro). Manifestazioni religiose (pellegrinaggi,luoghi di meditazione). Parchi regionali.  Turismo culturale: sono turisti mossi dalla volontà di scoprire luoghi, paesaggi, società locali, è diverso da quello di massa. è un turismo che va a fondo nelle cose, vuole conoscere luoghi ma anche le persone, si ha un contatto maggiore e più vero con il posto vistato. c’è uno scambio tra abitante e visitatore. Ecoturismo: protegge le zone naturali, con i soldi dei turisti la popolazione può preservare e tutelare il suo patrimonio. Dialogo tra visitatore e abitante. Economuseo: è un uso del patrimonio culturale legato alla società dei consumi, mira a trasformare il patrimonio in una sorta di Disneyland. Lo scopo spillare soldi ai turisti.                                                                                                                       A volte proteggere e conservare impedisce lo sviluppo locale. È probabile che se le norme attuali in merito alla conservazione fossero state applicate già da 200 anni, nessuna nuova creazione architettonica, urbanistica e tecnologica sarebbe stata ammessa.

Uno strumento per lo sviluppo-il museo: i musei sono diventati al servizio dello sviluppo solo dopo gli anni 70. Fino a quel momento, il museo era uno strumento di ricerca, conservazione, educazione, di piacere estetico, al servizio della scienza,  della cultura e delle arti. Alcuni musei poi erano al servizio  del nazionalismo o dell’ideologia dominate. Museologia è l’insieme di tecniche  e dei modi d’uso  di allestire ed esporre, è un vero e proprio linguaggio. Dopo il 2001 la museologia si è impegnata a ricercare strategie museali alternative, legata ai cambiamenti della società, che stimoli l’uso e la gestione del patrimonio cult per uno sviluppo sociale e comunitario. Le collezioni dei musei appartengono al patrimonio cult comune, poi molti musei sono collocati all’interno del monumenti storici  per tanto appartengono al patrimonio cult. Loro compito è quello di presentare al pubblico i beni cult di cui sono in possesso,  ma anche di compiere ricerche e conservare qui beni. Si può dire che i musei sono al servizio del patrimonio. Da questo punto di vista non sono uguali ai monumenti storici vincolati. Mentre il museo locale nato in un preciso territorio, con le sue collezioni e le sue attività appartiene in primis alla comunità. Questo significa che la comunità ha un diritto di controllo sul museo e sulla programmazione delle attività, sull’interpretazioni delle collezioni e sul rapporto con lo sviluppo locale. museo del collezionista privato: risponde a interessi privati culturali, scientifici dello stesso collezionista. Non appartiene né al patrimonio comunitario ne a quello nazionale per fare buon uso delle collezioni occorre attivare tecniche di animazione attraverso guide, tecnologie, multimedialità. I musei attuano la cosi detta “educazione bancaria” : la conoscenza è imposta dall’alto , secondo canoni stabilito  da coloro che sanno, a vantaggio del popolo ignorante. In questo senso le collezioni del museo fanno parte del patrimonio cult della classe dirigente, che produce e possiede la cultura dominate e che decide di mettere una parte a disposizione di tutti, alle proprie condizioni, secondo i propri interessi. Per valutare un museo dal punto di vista dello sviluppo: 1 chiedersi se il museo da un immagine positiva alle persone. 2 è un fattore di arricchimento per l’amministrazione?. 3 il museo contribuisce all’insegnamento delle persone? Ci sono vari modi per valorizzare un sito o un monumento senza congelarlo e farne oggetti da esposizione. Chi intende  promuovere lo sviluppo locale si domanda se un bene “x” ha ancora una vita, un’utilità magari la sua originaria, se non l’ha più magari è possibile restituirgliela ( un’abbazia trasformata in una sede per seminari) oppure è possibile dargli un altro uso  ( da castello a casa di riposo). Occorre anche chiedersi se per migliorare le cose non sia necessario l’abbattimento in parte o completo del bene. Dopo tutto per millenni le città si sono costruite le une sopra le altre. Non è che se è vecchio deve essere conservato. La nuova museologia: dopo il 68 il museo si è riformato e con esso anche le persone che vi lavoravano. Nei paesi emergenti ( soprattutto in America latina)  stava nascendo la voglia di scrollarsi di dosso gli americani. Le lotte contro la discriminazione razziale faceva nascere i musei di quartiere. Dall’altra parte il pubblico stava diventando di massa. Cosi negli anni 80 nacque il MINOM. E poi ancora grandi investimenti per le architetture, programmi di prestigio, uso del multimediale nei musei. Attualmente la nuova museologia è un movimento di museologi  e non che cercano di adattare nel modo migliore  il museo al proprio tempo e ai bisogni della popolazione. La convinzione secondo questi è che il patrimonio  sia una risorsa essenziale  e la cultura una dimensione primaria per lo sviluppo e quindi è necessario che vi siano gli strumenti gusti per conoscere e usare il patrimonio, non per il piacere di pochi ma nell’interesse di tutti. Ecomuseo: diversi sono i significati, può essere un museo comunitario, un museo territoriale, un centro di interpretazione. Comunque sia il significato che gli si vuole dare, la materia prima è l’intero patrimonio culturale di un territorio o di una comunità. L’ambito è il territorio e non una sola parte, la partecipazione della comunità deve essere permanete, sono gli attori locali a decidere. È uno strumento di educazione  popolare, di trasmissione culturale. La ricerca e la conservazione sono soltanto mezzi e non fini. Non vi è una regola ne un modello, in quanto ogni territorio/comunità, ha una sua identità, una sua storia e beni diversi. Per adattare  il museo e la museologia alle necessità dello sviluppo: 1 il museo territoriale il suo obbiettivo la valorizzazione di tale territorio e da questo punto di vista è uno strumento dello sviluppo. Un parco naturale regionale  è un museo territoriale, ma anche un museo locale (itinerari a piedi, punti di vendita, pubblicazioni). Può essere anche  un museo nel senso corrente (edificio con collezione) rivolto al territorio, ai suoi abitanti e ai visitatori. Esso ha un vero ruolo solo se prende in considerazione la popolazione del territorio integrandoli in tutte le fasi del processo che compie. Una delle applicazioni della museologia nel territorio è il centro di interpretazione, presenta il patrimonio al visitatore dandogli un informazione schematica e accessibile cosi da aiutarlo a interpretare le opportunità del territorio  invitandolo a visitare e osservare il patrimonio naturale e culturale  con rispetto e apertura.

Il museo comunitario:  condivide un territorio, la cultura viva. Contrariamente al museo territoriale, il museo comunitario non da un’entità politico-geografica, ma da un gruppo di persone. È uno spazio educativo. Il museo comunitario e l’ecomuseo sono l’espressione della cultura popolare  che si realizza usando le risorse naturali e tecnologiche in modo razionale, per recuperare la memoria storica  e ricreare la cultura della comunità. Il museo diventa una mentalità, un modo di trattare i problemi  con un approccio culturale. Il museo comunitario indipendente, sono le persone della comunità che scelgono cosa fare. Questo tipo di museo non contiene il patrimonio culturale, ma è il patrimonio. Non ha una collezione permanente. È un luogo vivo, di incontri. La costruzione di un museo comunitario equivale alla costruzione della comunità stessa, e il successo del museo andrà ricercata  nella crescita o meno della comunità. Infine, un museo comunitario può morire, perché corrisponde a un momento nella vita della comunità. Una volta raggiunto l’obbiettivo  il museo andrà a poco a poco perdendo la sua funzione, almeno per la comunità. Occorrerà decidere se farlo sparire o trasformarlo, in un museo classico, dargli un’altra funzione, trasformarlo in un museo del territorio. Museo scolastico:  è un museo tradizionale per certi aspetti, conservazione, esposizione, ricerche .  è un elemento di cooperazione tra ragazzi, insegnanti genitori e altre istituzioni vicino alla scuola. È uno strumento degli insegnanti per far conoscere il patrimonio. Questo museo è anche un gioco, è una gara costante tra gli alunni per vedere chi porta il bene più significativo o chi sarà in grado di mettere insieme oggetti per farne una relazione. Questo tipo di museo gratuito, fa prendere coscienza del patrimonio, educa i ragazzi alle visite tradizionali al museo. Il museo scolastico è un museo comunitario particolare.

Gli inconvenienti della museologia moderna: economusei istituzioni a fini di forte lucro, si restaurano ad es edifici preindustriali, riattivandoli per produrre  di nuovo oggetti che verranno venduti ai visitatori (ex museo della ghinnes a Dublino). L’economuseo coinvolge poco la comunità e partecipa allo sviluppo di questa come qualsiasi altra impresa che produce beni o servizi. Musei parco a tema: siamo sulla falsa riga dei musei scandinavi, ma qui si usa il patrimonio naturale come spettacolare a fini di spillare soldi ai turisti. I membri della comunità nonsono attori chiamati in causa ma potenziali clienti. Musei ladri:  può essere un museo regionale o nazionale o anche internazionale -centralizza una parte consistente del patrimonio cult togliendolo alle rispettive comunità. Deresponsabilizza le persone della comunità, anziché aiutarli a prendere coscienza dei loro beni.

Economia delle attività a favore del patrimonio cult: il patrimonio cult è una ricchezza  e ha in sé le proprie risorse anche se a volte se ne devono aggiungere altre, in termini di persone, denaro, competenze.  Genera entrate e uscite e deve essere amministrato, in termini di produzione, promozione, distribuzione. Il patrimonio c non deve essere qualcosa di intoccabile, a eccezione dei musei tradizionali e di alcuni grandi monumenti. La maggior parte dei beni immobili e mobili del patrimonio sono destinati a trasformarsi nel tempo cosi come il patrimonio immateriale (memoria, ricordi). Ogni cittadino-proprietario  è un privilegiato del processo dello sviluppo locale e ogni bene è una risp a questo processo. Non c’è sviluppo economico sostenibile  senza la partecipazione dei membri della comunità. La loro partecipazione si tradurrà nel riuso dei beni culturali e naturali. Le amministrazioni pubbliche sono a favore di qualsiasi attività che porti vita nella comunità e cosi si associano ai proprietari. A volte però i proprietari ostacolano lo sviluppo, per individualismo, avidità ecc. sfida delle amministrazioni e degli agenti di sviluppo convincere i proprietari che è nel loro interesse gestire il bene secondo la logica dello sviluppo locale. Il turismo può essere un’opportunità e un mercato da sfruttare. Due tipi di turismo:di massa interessato solo ai grandi monumenti e beni, è incostante (per certe paure dovute agli attentati ecc). Turismo culturale, che si divide in attivo, pochi visitatori davvero interessati, sono curiosi di tutto, sono piuttosto esigenti in termini di autenticità rispetto per l’ambiente, desiderano un contatto con la popolazione del luogo. turismo passivo è quello degli abitanti stagionali ( da alcuni problemi: commercio attivo solo per pochi mesi, prezzi delle abitazioni maggiori per chi vive li tutto l’anno). I sindaci sbagliano a puntare su turismo, perché il loro obbiettivo deve rimanere la popolazione autoctona e le loro esigenze. Usi  degli spazi, degli edifici e degli oggetti che appartengono a una comunità per lo sviluppo: di solito quando non si sa cosa fare con un edifico vecchio lo si trasforma n un museo, centro d’arte o culturale, per il patrimonio naturale si trasforma in riserva, parco naturale,ma ci sono molti altri usi: accoglienza di eventi tipo fiere, saloni, creare luoghi per giovani creativi, creare centri sportivi ecc.. valorizzare un patrimonio ha numerosi benefici: crea posti di lavoro (restauratori, artigiani, conservatori, guide, architetti, muratori, albergatori.

Conclusione- ritorno allo sviluppo: operare sul patrimonio cult non ha come obbiettivo ne la conservazione, ne la valorizzazione e neppure una qualsiasi attività culturale. Obbiettivo primario promuovere uno sviluppo sostenibile e condiviso. Il patrimonio cult è una capitale da far fruttare, non congelandolo o musealizzandolo, ma da trasformare continuamente. Il patrimonio cult è prima locale, poi nazionale o mondiale. La gestione deve essere fatta dagli attori presenti nel territorio. Per servire ed essere sostenibile, il patrimonio deve essere considerato come un tutto nella sua complessità.

Ecomuseo della comunità urbana, LE CREUSOT MONTCEAU (FR)- Antica regione industriale e agricola, isolata dalle grandi vie di comunicazione. Un paio di crisi hanno messo in ginocchio il territorio. Il rilancio è avvenuto con la costruzione di un ecomuseo per lo sviluppo, nel territorio, tra le forze della popolazione e del patrimonio stesso. Negli anni 70  sono stati creati una rete di musei locali come antenne dell’ecomuseo (i comuni coinvolti erano 16). Il patrimonio culturale interessato: paesaggio rurale e industriale, siti e monumenti, attività tecniche, industria del trasporto, storia locale, storie di vita.. fin dal inizio l’ecomuseo è stato considerato  dalla comunità come strumento di sviluppo per conoscere le risorse del patrimonio e conferire loro un uso,per trasmettere competenza ai bambini dentro e fuori la scuola, per attirare turisti.. tra l’ecomuseo e i musei tradizionali, autorità nazionali incomprensioni. A poco a poco la gestione delle collezioni hanno preso il sopravvento sul concetto di patrimonio cult nel territorio, forte dipendenza poi da aiuti esterni.

Ecomuseo comunitario di SANTA CRUZ, RIO (BRASILE)- Quartiere isolato a 70 km dal centro di Rio, è una vera e propria cittadina, con terreni agricoli e orti. Molto famosa per le sue spiagge. È coinvolto l’intero patrimonio geografico, storico, monumentale, tradizioni e saperi.

Il museo al servizio dell’uomo e del suo sviluppo: per de Varine il museo è destinato a scomparire. La giustificazione del musoe tradizionale è doppia, d una parte l’oggetto e tolto dal suo contesto iniziale e viene conservato all’interno del museo e qui viene sacralizzato. Il museo tende a fare dell’oggetto un bene di consumo accessibile a tutti, in principio, ma di fatto solo a una ristretta cerchia. Il museo si rivolge a persone diverse alle quali impartisce un insegnamento del tutto uniforme. È normale che a questo punto istituzione venga contestata, che venga considerata uno strumento di propaganda e di oppressione al servizio di una casta detentrice della verità ideologica, estetica, morale ecc. l’internazionalizzazione della cultura è fatta da un gruppo di persone, di solito all’interno di grandi organizzazioni come l’UNESCO, che cerca di istituire una civiltà universale, ma questa in tutti i suoi criteri si presenta come l’emanazione diretta di quel gruppo, in realtà rappresentativo  soltanto della cultura dei paesi industrializzati ossia del consumerismo. Ogni elemento culturale passa attraverso il museo, dove viene svuotato della sua sostanza per essere condizionato, etichettato e presentato. Il turismo, poi, prende possesso del museo cosi come ha fatto con i monumenti  o il paesaggio, mentre il pubblico vero, quello che è l’emanazione della comunità non si sente più a suo agio nel museo, pur essendo di fronte a beni che una volta gli appartenevano e avevano un significato per lui, conservandone solo l’apparenza o soltanto l’aspetto. Di solito i musei non rispondono ai bisogni culturali dell’uomo, poche le eccezioni, una di queste il museo di quartiere di Anacostia. I musei divengono beni di consui, non da chi né e l’erede ma da chi ne ha i mezzi, cosi  i visitatori che vano nei musei Francesi saranno gli italiani, e nei musei italiani ci andranno i francesi..  il museo deve sparire, deve cambiare nome? O deve semplicemente adeguarsi ai bisogni reali dell’uomo? Alla fine il museo è una carta di identità dell’individuo, membro di una comunità, che esprime questa identità non le parole ma con gli oggetti. La cultura deve essere intesa come intermediario tra il passato e il futuro e deve creare le condizioni necessarie allo sviluppo. Anche se nei paesi ricchi la sfera culturale  comprende essenzialmente l’attività del tempo libero e non certo dello sviluppo. Mentre nei paesi poveri la cultura rappresenta di solito il passato. La rivoluzione culturale, implica che si cambino i connotati al termine stesso di cultura. Diventando all’interno di una determinata comunità, la combinazione  delle influenze esercitate dall’ambiente sull’individuo e dall’individuo sull’ambiente. Sul piano pratico tale rivoluzione  respingerà il concetto di cultura dominate o universale, poiché non c’è un’unica risposta per tutti i gruppi umani. Non deve esserci più un museo d’arte, di scienza, di storia, ma deve esserci un unico contenitore che raccolga tutte le attività dell’uomo. Il punto centrale del museo non sarà più l’oggetto ma l’uomo. Il concetto di conoscenza gratuita deve sostituirsi a quello di sviluppo. Non si tratta di proporre un modello  ma di stabilire una metodologia che permetta di ripensare ogni museo  in funzione delle condizioni  del luogo in cui si trova. Per fare ciò bisogna integrare il museo nel territorio fisicamente e umanamente. Abbandonare il carattere monodisciplinare per abbracciare una pluralità di discipline. Adeguando le attività al bisogni della comunità di riferimento. Associare il museo dei rappresentati della comunità. Per quanto riguarda la ricerca il museo deve volgersi all’attualità e al futuro. Il museo sarà i riflesso di tutte le preoccupazioni culturali della comunità, apertura al mondo, rivelazione delle tradizioni, luogo di scambio intellettuale, strumento pedagogico. Il museo tradizionale  privilegia conservazione e ricerca, il nuovo museo privilegia l’uomo. Il nuovo museo moderno  deve guardare lontano  e partecipare attivamente alla conservazione dell’ambiente e del patrimonio  dell’uomo. Per avere sviluppo  si deve integrare innovazione con la tradizione.

L’ecomuseo: le innovazioni apportate tra gli anni 60 e 70 in merito di architettura , allestimenti scenografici, rinnovamento dell’attività didattica, introduzione di materiale multimediali, avevano contribuito a rendere la cultura commerciale, ma nonostante questo l’istituzione era in crisi.  Nel 1971 in una riunione dell’ICOM venne presento per la prima volta il neologismo ecomuseo, quale strumento di rinnovamento museale. Un museo che  teneva conto dell’ambiente natura e umano come mai era stato fatto prima. Questa istituzione era l’espressione della comunità e della sua popolazione, si interessava dell’ambiente nella sua totalità. Il concetto di collezione permanente non esisteva per lasciare il posto a quella di patrimonio comunitario collettivo. A 3 modelli venne riconosciuto il titolo di ecomuseo:  il museo all’aperto di Bordeaux, il museo di Istres e il museo dela comunità urbana di Le Creusot Montceau les Mines. Definizione, ha sede in un ambiente urbano o rurale il cui obbiettivo è elaborare programmi su tale ambiente. Studia in modo approfondito l’ambiente ed è di carattere interdisciplinare. Favorisce la raccolta di materiali e documentazioni  relativi all’ambiente e questi sono accessibili a tutti. Comunica tali documenti alla comunità sotto forma di mostre temporanee e non e attraverso pubblicazioni, programmi radiofonici ecc. incoraggia la comunità a essere attiva sul patrimonio e nella comunità cooperando insieme. Uguali per intenti agli ecomusei francesi ci sono i musei integrali dell’America latina ( 1 museo a Santiago 73-74). Gli ecomusei sono strettamente lagati all’ambiente naturale e umano. Sono strumento di una nuova educazione  ambientale fondata su cose reali, oggetti, monumenti, paesaggi, ricollocati nel tempo e nello spazio. Sono il perfezionamento di due tipologie di museo: il museo all’aperto di origine scandinava, e il parkhouse americano.  Due tipologie di ecomuseo, quello che utilizza il territorio  nella sua completezza senza spostare i beni e si rivolge a un pubblico nazionale, cercando di farlo riconciliare con il proprio ambiente, tenendo conto della popolazione locale considerata un tempo come oggetto di studio e come pubblico privilegiato dell’attività educativa. Altri musei seguono la strada del museo di Le Creusot Monteceau, sono essenzialmente uno strumento per lo sviluppo comunitario e sono l’emanazione della comunità. La popolazione locale non è solo oggetto, ma anche soggetto del museo. Alla base della programmazione  ci sono i problemi presenti e futuri della comunità. Hanno carattere  soprattutto urbano, mentre  gli altri sono più in zone rurali.  Il primo, è più legato al museo tradizionale, il secondo  rappresenta un tentativo di creare una nuova museologia di origine e carattere comunitario. L’ecomuseo è comunità e ha l’obbiettivo dello sviluppo di tale comunità. È un modello di organizzazione cooperativa. Museo si riferisce al linguaggio delle cose reali, il prefisso eco sta come concetto di ecologia umana e ai rapporti dinamici che l’essere umano e la società stabiliscono  con la propria tradizione, il proprio ambiente ecc. la comunità soggetto e oggetto  dell’ecomuseo. La comunità è un gruppo sociale definito da uno spazio (quartiere, città..). in quanto comunità viva, non può rimanere isolata, essa quindi va considerata in un contesto di scambio interno esterno con ciò che la circonda o che ingloba (nazione, regione). L’ecomuseo nasce da un analisi compiuta di membri della comunità, e in nessun caso le decisioni importanti possono essere fatte da persone esterne al comunità. L’ecomuseo è strumento privilegiato  dello sviluppo comunitario. L’ecomuseo considera l’uomo attore, i musei tradizionali visitatore. l’ecomuseo consuma il patrimonio ai fini di sviluppo comunitario, il museo tradizionale congela per il diletto degli individui. Uan volta che la comunità avrà  stabilito i problemi da risolvere ai fini dello sviluppo, saranno le risorse offerte dal patrimonio cult  a essere utilizzate  dalla comunità come materiale dell’attività dell’ecomuseo. È opportuno fare il censimento dei beni,per conoscerlo e  prevederne l’utilizzo, questo coinvolgendo la comunità. Un bene che ha una funzione attuale deve rimanere in situ. Un bene che ha perduto la sua funzione  diventa potenzialmente musealizzabile. Il ruolo dell’ecomuseo  è di raccogliere informazioni e porre il patrimonio al servizio della comunità  nel suo insieme per trarne al momento opportuno il massimo significato e il massimo potenziale. L’ecomuseo  prende in considerazione l’insieme della comunità nel tempo e nello spazio, senza l’esclusione di nulla. L’esposizione di un bene culturale non è fine a sé stessa nell’ecomuseo, ma assume significato solo in funzione del ruolo che ha per la comunità.  È la comunità che crea il proprio avvenire in questo senso l’ecomuseo offre gli elementi di informazione  necessaria alla comprensione del problema  ma anche lo spunto per trovare soluzioni originali attraverso la combinazione  di elementi e di fattori tratti dal passato, dal presente ecc. l’ecomuseo agisce soprattutto  organizzando  contatti frequenti tra i gruppi della popolazione e persone esterne, come i tecnici. È possibile che l’ecomuseo diventi inutile se la comunità ha preso possesso delle proprie capacità e sappia proseguire autonomamente. Se si vuole evitare che l’ecomuseo diventi uno strumento di propaganda politica o di una parte di persone  è necessario che tutti siano chiamati ad analizzare costantemente  la struttura e il funzionamento dell’ecomuseo. Alcuni politici vedono l’ecomuseo come una minaccia per i musei tradizionali e così vorrebbero controllarlo, altri hanno paura che affidare la gestione al popolo sia pericoloso. Altri ancora hanno paura per la non conoscenza tecnica in materie di sicurezza e restauro per i beni ecc. ci sono poi anche quei fini ecomuseo, tipo musei di un sito archeologico, associazioni più  meno fittizie il cui obbiettivo è solamente il profitto e non la popolazione autoctona e il loro sviluppo. Un altro pericolo per l’ecomuseo e che si abbandoni  lo spirito ecomuseale.  Attualmente sono 2 le possibilità che può prendere un ecomuseo: ecomuseo ambientale o ecomuseo comunitario. L’idea di base rimane la stessa: proporre un’alternativa al museo. Una delle critiche che di solito vengono fatte all’ecomuseo è di essere utopistico. Per aderire alla relatà della comunità l’ecomuseo deve evitare di identificarsi con una precisa amministrazione locale. La forma giuridica migliore è quella l’associazione senza fini di lucro, composta da tre comitati: gli abitanti, i tecnici, gli amministratori politici. L’ecomuseo è uno strumento dello sviluppo comunitario e per tanto i finanziamenti  devono venire dalla comunità stessa. Gli apporti esterni (regionali, nazionali, internazionali, ma anche turistici) sempre necessari saranno destinati a colmare le lacune  del sostegno locale, fornendo anche alcuni elementi tecnici. Le attività dell’ecomuseo, catalogare il patrimonio e farne un archivio disponibile a tutti, fare mostre, pubblicazioni per presentare i beni, informare la popolazione e gli estranei, utilizzare la scuola per costruire i musei scolastici che avvinano i futuri adulti al patrimonio ma anche i loro genitori. L’ecomuseo non può essere imposto dall’esterno, ma deve essere l’emanazione della volontà della collettività. Una sola regola  deve prevalere: l’ecomuseo ha il compito di cambiare  le forme del gioco politico nelle comunità coinvolgendo la totalità della popolazione , divenuta consapevole del proprio potere e delle proprie capacità di agire  sul proprio sviluppo. In caso di fallimento l’ecomuseo diviene  o torna un museo come gli altri.

Ecomusei-uno sguardo sul mondo latino:  come è noto i museologi messicani, il gruppo di lavoro di Le Creusot negli anni 70, gli ecomusei del Quèbec negli anni 80  pensavano al museo gestito da tecnici come a un cimitero.  Per restare vivo un museo e il suo patrimonio deve servire soprattutto alla popolazione che detiene quel bene. Cosi è nata in contrapposizione alla museologia tradizionale , di origine accademica e elitaria , una museologia popolare, sostenuta dagli stessi membri della comunità locale. Il museo classico con le sue collezioni, con i suoi allestimenti, riflette il bisogno di conoscenza scientifica, di piacere estetico e intellettuale di una minima parte della società, quella che possiede le chiavi della cultura alta. Questo museo risponde anche ai bisogni del  turismo di massa sempre in cerca di prestigio sociale e grandi emozioni. Ma il patrimonio culturale reale, cosi come la popolazione si trova all’esterno del museo. Il museo comunitario (ecomuseo) risponde ai bisogni di sviluppo e di controllo del cambiamento culturale, sociale ed economico  da parte dell’intera popolazione, che gli da vita e lo usa per i propri fini. Alla comunità cosi si da  il diritto di assumere una responsabilità e un ruolo di potere sul proprio futuro e sull’ambiente. È una museologia della liberazione secondo concezione brasiliana che modella un educazione libera e promuove una presa di coscienza. Il museo non è pi un istituzione ma un processo di cambiamento. Il concetto di mostra torna ad assumere la valenza di far vedere qualcosa, non per forza in una sala o in una vetrina, ma anche all’esterno sotto  forma di gioco, escursione, uso,pubblicazione, oppure all’interno, come incontro, dibattito ecc.  anche al conservazione cambia, non si conserva un oggetto o un monumento  per ragioni scientifiche, storiche o estetiche a partire dal giudizio di uno o più specialisti. Lo si conserva in quanto è riconosciuto importante dalla comunità o da parte di essa poiché costituisce una risorsa per l’avvenire o lo sviluppo. Lo sviluppo deve essere sostenibile e si attua  solo se tutti si sentono responsabili del futuro  del proprio patrimonio cult.

Intervista: 3 esiti possibili del museo comunitario:la scomparsa, l’istituzionalizzazione, o la trasformazione in qualcosa di diverso. Oggi il Brasile e il Messico sono all’avanguardia nell’ambito della museologia comunitaria, la Francia in questo ha perso il suo primato.

De Varine, l’uomo che ha inventato gli ecomusei:  de Varine è stato direttore dell’ICOM dale 65 al 74, dopo che il suo maestro Henry Riviere ha smesso. Dopo aver lavorato per l’ICOM fa il consulente e il promotore  in sviluppo locale. La nuova museologia  critica fortemente il museo tradizionale, di cui lo stesso de Varine ipotizza la sua scomparsa insieme all’epoca e alla classe sociale che l’hanno creata, considerandola inutile. La condanna del museo tradizionale viene perché esso trasforma gli oggetti in beni di consumo, accessibili a pochi, che sterilizza lo sviluppo . il muso può ancora salvarsi a condizione che si realizzi una rivoluzione culturale. Riprogettata la visione  della cultura intellettuale borghese, in un epoca dominata dallo sviluppo bisogna rifiutare le opposizioni tra le culture e gli imperialismi culturali per promuovere una visione di  cultura umana allargata, in grado di far comunicare tradizione e innovazione, di accogliere sempre nuovi apporti. In questo senso il museo ha un ruolo, ponendo al centro l’uomo e non l’oggetto, facendone un testimone del presente e non del passato, uno strumento di sviluppo , un luogo in cui l’individuo riconosca se stesso che trovi nella comunità le risposte per costruire un futuro migliore. Alcune indicazioni pratiche per realizzare un museo nuovo: integrare il museo nella comunità, superare una logica monodiscilinare, adattare a attività in base al pubblico autoctono, fare in modo che la popolazione partecipi in modo attivo. Il museo per de Varine è allargato al patrimonio culturale nel  suo insieme . nel 1971 de Varine fa inserire nella carte dell’ICOM che il museo  è un’istituzione al servizio della società e del suo sviluppo. Gli ecomusei sono dei musei che escono dalle loro mura, per riunire ambiente e paesaggio, come appariva nelle prime teorizzazioni di Henru Reviere, che vene nell’ecomuseo una sintesi fra museo del territorio e un parco naturale, in cui la popolazione è protagonista e al tempo stesso destinataria dell’ecomuseo. È un progetto che unisce uomo e ambiente. A un certo momento le visioni di Riviere e de Varine differiscono. Riviere intende l’ecomuseo come un museo dell’uomo e della natura, un museo ecologico che fa riferimento a uno specifico territorio nel quale vive una popolazione. Strumento di informazione e presa di coscienza per la popolazione. Museo del tempo, sotto forma di museo al coperto, indaga la dimensione temporale del territorio, e museo dello spazio, esplora la dimensione spaziale  di quel territorio, siti, monumenti ecc. de Varine è maggiormente legato a una prospettiva di sviluppo locale  e di iniziativa comunitaria. De Varine nel 1984 è tra i fondatori del MINOM, movimento internazionale per la nuova museologia, affiliato all’ICOM.

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